Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

PERSONAGGI ILLUSTRI
Santa Chiara
I tre compagni di San Francesco: Leone, Rufino ed Angelo
Tommaso da Celano
San Bonaventura
Niccolò IV
Jacopone da Todi
Angelo Clareno
Ubertino da Casale
Dante Alighieri
San Ludovico di Tolosa
Sisto IV
Sisto V
Clemente XIV
DANTE ALIGHIERI

Giotto, Basilica di San Francesco in Assisi:
Allegoria della castità (particolare)

DANTE ALIGHIERI

Dante Alighieri ebbe per Francesco d'Assisi un grande amore ed una gran-de ammirazione. Il suo pensiero è chiaramente registrato nel Canto XI del "Paradiso", dove si riscontra, da par-te sua, un rigoroso criterio valutativo nella scelta degli episodi più sa-lienti della vita del Santo. La prima immagine è quella di una luce splen-dente sul mondo intero. Non a caso per Dante Assisi è "Oriente" e lì "nac-que al mondo un sole".
Il giovane Francesco, pur potendo perseguire altri ideali, per sé nobili, ebbe invece il coraggio di rinunziare a tutti i suoi beni e di sposare "madonna povertà". Anche i colossi del monachesimo, come San Basilio, Sant'Agostino, e San Benedetto, avevano certamente "amato" la pover-tà, ma non "sposata" come fece Francesco. Sorprendente, invece, è nel discorso di Dante l'apparizione improvvisa della povertà di Amiclate, che ospitò Cesare. L'accostamento tra le due povertà si riferisce indubbia-mente all'Impero e alla Chiesa che, secondo il poeta, hanno entrambi bi-sogno di conoscerla e di praticarla. E come Cesare la trovò nella casa di Amiclate, così Cristo l'ha trovata nel suo perfetto seguace: Francesco d'Assisi.
Il tema diventa ancor più attraente se si pensa ai non pochi predi-catori e contestatori, che proprio allora avevano "scherzato" con la povertà, come, ad esempio, i Poveri di Lione, i seguaci di Pietro Valdo, i Catari, i Patarini, gli Albigesi. La Chiesa li respinse e li condannò tutti, mentre apertamente e ripetutamente approvò la scelta di Francesco e dei suoi se-guaci.
Un secondo punto che l'Alighieri mette molto bene in evidenza è il colloquio tentato con l'Islam dal Santo assisiate, quando si presentò, coraggiosamente, davanti al Sultano. Era stato sconsigliato a compiere ta-le passo. Per di più quel colloquio non ebbe l'esito sperato, dato che l'altra parte era ancora "acerba" per la conversione. Ma l'azione di Fran-cesco è ben vista da Dante, il quale, con estrema coerenza, presenta Mao-metto assai "storpiato" nell'Inferno: e ciò per far comprendere che sia il Sultano come i musulmani dovevano convertirsi al cristianesimo, l'uni-ca vera religione.
Nelle opere dantesche il Poverello d'Assisi è ricordato più volte. Anzitutto nel "Convivio" (IV, 28), dove Dante, dopo aver ricordato come Lancillotto e Guido da Montefeltro si fecero religiosi "ne la loro lunga etade", soggiunge: "E non si puote alcuno escusare per legame di ma-trimonio, che in lunga etade lo tegna; che non torna a religione pur quel-li che a santo Benedetto, a santo Augustino, a santo Francesco e a san-to Domenico si fa d'abito e di vita simile, ma eziandio a buona e vera re-ligione si può tornare in matrimonio stando, che Dio non valse religioso di noi se non il cuore".
Poi San Francesco è ricordato nell'"Inferno" (XXVII, 112-120), nell'episodio di Guido da Montefeltro, in aiuto del quale il Santo inter-viene per prenderne l'anima in punto di morte, in lotta con un diavolo. Nel "Paradiso" compare nei seguenti canti: XI (28-117), dove San Tommaso racconta diffusamente la sua "mirabil vita"; XII (44-45; 110-112), dove è menzionato da San Bonaventura, specialmente nell'invettiva contro i francescani degeneri; XXII (90), dove San Benedetto, riprovando la cor-ruzione dei suoi monaci, ricorda l'esempio di San Pietro Apostolo, il pro-prio esempio, e quello di San Francesco: "Pier cominciò sanz'oro e sanz'ar-gento, / e io con orazione e con digiuno, / e Francesco umilmente il suo convento"; e poi nell'empireo (XXXII, 27-35): "E come quinci il glorioso scanno / della donna del cielo e li altri scanni / di sotto lui cotanta cer-na fanno, / così di contro quel del gran Giovanni, / che sempre santo il diserto e il martire / sofferse, e poi l'inferno da due anni; / e sotto lui così cerner sortirò / Francesco, Benedetto e Augustino / e altri fin qua giù di giro in giro".
E' da notare che Dante non pone San Francesco nel "cielo del sole", dove è glorificato per bocca di San Tommaso d'Aquino, ma nell'empireo, in un seggio privilegiatissimo, immediatamente sotto San Giovanni Bat-tista (che occupa il più alto seggio, di fronte a Maria Vergine) e prima di San Benedetto, di Sant'Agostino, e di altri non nominati.
Senza dubbio, dove il poeta manifesta una ammirazio-ne tutta particolare verso la persona e l'opera di San Francesco è nel Canto XI del "Paradiso".
Questo suo atteggiamento verso il Poverello di Dio, secondo la maggio-ranza dei critici, sarebbe stato determinato da un suo impegno personale con l'ideale di vita vissuto dal Santo. E qui si pone il pro-blema, che tanto ha agitato ed agita tuttora la critica, se Dante Alighieri fosse stato o meno frate francescano, oppure terziario francescano.
Scrittori eminenti hanno più volte riproposto il fatto secondo cui Dante, da giovanetto, sarebbe stato novizio nell'Ordine Francescano, da dove, poi, sarebbe uscito prima di emettere i voti religiosi, come per ben due volte fa intendere Francesco Bartolo da Buti nel suo pregiato com-mento. Costui infatti, in "Inferno", (XVI, 106), al verso "Io avea una cor-da intorno cinta", così commenta: "Questa corda ch'egli avea intorno cin-ta, significa ch'egli fu Frate Minore, ma non vi fece professione, nel tem-po della sua fanciullezza"; e in "Purgatorio" (XXX, 42), al verso "prima ch'io fuor di puerizia fosse", aggiunge ancora: "Per questo appare che il no-stro autore, infine quando era garzone, s'innamorasse della Santa Scrit-tura; e questo credo fusse, quando si fece frate dell'Ordine di S. France-sco, dal quale uscitte innanti che facesse professione". A soli 70 anni dalla morte del Poeta, il Buti non poteva, come è ovvio, divulgare da una cattedra dantesca della vicina Pisa una notizia di tale rilievo senza esserne sicuro.
Le asserzioni del Buti da qualche commentatore posteriore sono ri-collegate a quanto afferma Dante stesso nel Convivio (II, 12): "Io, che cer-cava di consolarme (dopo la morte di Beatrice), trovai non solamente a le mie lagrime rimedio, ma vocabuli d'autori e di scienze e di libri: li qua-li considerando, giudicava bene che la filosofia, che era donna di questi au-tori, di queste scienze e di questi libri, fosse somma cosa. E immaginava lei fatta come una donna gentile, e non la potevo immaginare in atto al-cuno se non misericordioso; per che sì volentieri lo senso di vero la mi-rava, che appena io potea volgere da quella. E da questo immaginare co-minciai ad andare là dov'ella si dimostrava veracemente, cioè ne le scuo-le de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti". Egli, quindi, avrebbe frequentato il convento francescano di Santa Croce in Firenze, per istruir-si nella filosofia e nella teologia.
Più serio e complesso è il problema del terziariato secolare di Dante Alighieri. Gli studiosi, in merito, non sono d'accordo. Quelli che lo ammettono si fondano su varie testimonianze, per loro valide e dimostra-tive. Anzitutto si basano sulle precise espressioni del Buti, che abbiamo citato; e poi anche su quest'altra a commento dei versi 106-108 del Can-to XVI dell'"Inferno": "Io avea una corda intorno cinta, / e con essa pen-sai alcuna volta, / prender la lonza alla pelle dipinta", ove dice: "Questa lonza significherebbe la lussuria, la quale l'autore si pensa di legare col voto di religione di S. Francesco". Qui Dante, nella corda, alluderebbe chiaramente al suo cordiglio di terziario francescano.
Altra testimonianza è offerta da fra Mariano da Firenze, il quale, in due diverse cronache (da collocarsi tra il 1480 e il 1525), asserisce che "Dante poeta fermatosi nella città di Ravenna et alla vita spirituale vacando, prese l'habito del Tertio Ordine, et in fine morendo prese l'habito de' Frati Minori: et fu nel convento di Sancto Francesco sepolto".
In un codice del Quattrocento, inoltre, viene rife-rito un elenco di "alquanti, nobili persone, excellenti per santità et digni-tà, le quali dignamente sono vissute et morte nel sacro Ordine et vita delli frati et sore de la Poenitentia, altramente dicto Tertio Ordine, instituito dal patre nostro S. Francesco". Tra gli altri vi è nominato "Dante da Fiorenza dicto poeta vulgare". E finalmente intende testimoniare il terziariato di Dante anche il dipinto giottesco nella basilica di San Francesco in Assisi, rappresentante l'allegoria della castità, dove sono enunciate le tre famiglie dell'Ordine Francescano: ai piedi della torre che ospita la Castità, San Francesco invita tre persone a superare un'aspra salita, che conduce alla torre. Si tratta di un francescano, di una suora e di un terziario. In quel terziario, tutti vedono Dante. E Giotto era non solo concittadino, ma anche amico del poeta.
A parte il fatto se Dante sia stato o no terziario francescano, rimane vero che l'ammirazione del poeta per San Francesco d'Assisi è provata e documentata assai eloquentemente dal Canto XI del "Paradiso". E', questo, il canto francescano per eccellenza, che in continuità ha attirato l'at-tenzione degli studiosi, con una copiosissima fioritura di opere, dove l'esegesi del canto ha sempre un carattere di centralità.
Questo racconto specifico della vita di San Francesco rivela una costruzione simmetrica, congeniale a Dante e sempre da lui preferi-ta. Inquadrato tra una introduzione ed una chiusura, dedicate rispettiva-mente alla nascita (43-54) e alla morte (109-117) dell'Assisiate, si svol-ge poi liricamente sulla traccia di un ampio schema ideale e reale, distin-to in tre momenti fondamentali, che, secondo non pochi autori, corrispon-derebbero ai tre "sigilli", i quali in ordine di tempo lo contrassegnarono: la prima approvazione orale di Innocenzo III; la conferma scritta, con Bol-la, di Onorio III; e le stimmate impresse nella sua carne sul monte del-la Verna nel 1224. Nell'ambito di ciascuno di questi tre momenti gli elementi essenziali della biografia del Santo sono ordinati secondo una cronologia soltanto interna: al primo si riconduce la rinunzia ai beni paterni, lo sposalizio con "madonna povertà", l'andata dei primi discepoli, e il viaggio a Roma (55-93); al secondo fa da pre-messa la rapida diffusione nel mondo del suo movimento (94-99); il ter-zo comprende la missione in Oriente e il suo ritorno in Italia (100-105).
In questa tripartizione della materia, e nell'intera costruzione del Canto XI, Dante dimostra di avere assimilato il linguaggio e i racconti del-la letteratura e della tradizione francescana preesistenti, per cui la rievo-cazione del Santo risulta quale sintesi di documenti storici, filtrati da una felice intuizione poetica. Ma a quali fonti precise Dante ha attinto per questo Canto del "Paradiso"? La domanda ha interessato eminenti stu-diosi, le cui conclusioni non sempre concordano. Oggi, comunque, si ri-tiene dalla maggioranza che la fonte principale, anche se non unica, sia stata la "Legenda Maior" di San Bonaventura.
I Francescani hanno apprezzato tutta l'attenzione che il poeta ha loro concesso, e se ne sono dimostrati riconoscenti immortalando il Poe-ma sacro e il suo autore:
- Commentando la Divina Commedia nelle chiese: sono stati i Fran-cescani ad iniziare il popolo alla dottrina recondita dei "versi strani"; e quando non era un francescano a salire il pulpito, si trattava sempre di una chiesa francescana.
- Ritraendo Dante nelle loro chiese: nella Cappella del Noviziato in Santa Croce di Firenze, per opera di Taddeo Gaddi; in tre distinte scene nella Ba-silica inferiore in Assisi; poi in Ravenna, a Montefalco, a Chieti, ecc.
- Con monumenti: per interessamento dei cittadini sono sorti mo-numenti in tante piazze d'Italia e del mondo. Basti ricordare Piazza Santa Croce in Firenze, Piazza San Giovanni in Laterano a Roma, Piazza Posillipo a Napoli, e quasi sempre San Francesco è unito all'Alighieri.
- Con numerosi "Commenti": sono oltre trenta i Francescani che han-no commentato la Divina Commedia, anche se, purtroppo, soltanto di po-chi si conservano gli originali o l'edizione.
- Custodendo gelosamente le ossa del poeta in Ravenna. Quando il feretro di Dante giunse a San Francesco, sulla porta c'era un religioso dell'Ordine a riceverlo: i francescani non lo hanno più lasciato, anche nascondendolo quando si voleva portarlo lontano dal loro Convento. Qualcuno, re-centemente, ha scritto che i frati fecero questo per dispetto ai fiorentini. Si è più nel vero, se si vede nell'Ordine Serafico la madre che, presagendo pericoli per il figlio se lo nasconde sotto il manto, sottraendolo alla vista altrui e salvandolo a vantaggio di tutti. Passati i tempi burrascosi per le ossa di Dante e per i francescani, quelle tornano nel loro sacello e questi nella loro Chiesa: sembra che un nesso inscindibile unisca San Francesco a Dante, tanto che questi vuol essere custodito e vigilato dai figli del Poverello, e questi figli non sanno stare senza di lui. Tutti gli anni, la sera del 13 settembre, il successore del padre supe-riore, che ricevette in consegna le spoglie mortali di Dante, all'ora dell'Ave Maria, quando i mesti rintocchi della "campana di Dante" ricordano "l'ora che volge il desio", si reca al sacello del poeta e impartisce l'assolu-zione alla tomba nell'anniversario della morte. Per tale assoluzione viene usata la formula riservata ai terziari francescani. Si perenna così una pluri-secolare tradizione, che vuole l'Alighieri nell'ambito della grande famiglia del Poverello di Assisi.

Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org



 
 



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